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Visita del CPT in Grecia

 

Il CPT ha svolto la sua ultima visita in Grecia dal 23 settembre al 5 ottobre 2001. In quell’occasione sono stati ispezionati posti di polizia, centri di trasferimento, strutture detentive per gli stranieri alcuni dei quali per la prima volta. Sono stati visitati, tra l’altro, anche due stabilimenti della polizia portuale.

Nei luoghi ispezionati, la delegazione europea del Comitato ha incontrato e intervistato diverse persone vittime di maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine: calci, pugni, bastonate, ecc., spesso inflitti durante gli interrogatori. Alcuni degli intervistati hanno denunciato anche l’uso eccessivo della forza durante l’arresto o atti di violenza durante il loro trasferimento.

Tra i casi di maltrattamenti denunciati tre devono essere richiamati considerata la violenza usata dagli agenti di polizia. 

1.     Il primo caso è quello accaduto alla stazione di polizia di Khania. Una persona aveva informato la delegazione di essere stata picchiata, esattamente quattro giorni prima della visita, da diversi agenti di polizia con calci, pugni, bastonate a varie parti del corpo, sia durante l’arresto che nel corso dell’interrogatorio nei locali della polizia. Un medico della delegazione, visitando la persona, aveva riscontrato ematomi sulla natica destra, sulla coscia, sul ginocchio destro e ancora sul lato destro dell’addome, intorno all’occhio sinistro, ecc.

2.     Durante la visita alla stazione di polizia di Igoumenitsa sono state intervistate due persone in custodia. Una di esse aveva dichiarato di essere stata schiaffeggiata, qualche giorno prima, dagli agenti di polizia che l’avevano arrestata. Non solo, durante l’interrogatorio, in uno degli uffici della polizia, era stata colpita dietro e sulle gambe con bastoni e manganelli. L’esame del medico della delegazione aveva rilevato alcuni ematomi nelle parti colpite. Anche l’altro detenuto era stato colpito alle gambe e sulla pianta dei piedi. Anche in questa circostanza il medico della delegazione aveva riscontrato ematomi in varie parti del corpo.

3.     L’ultimo fatto si è verificato nella stazione di polizia del porto di Pira. Si è in presenza, ancora una volta, di un caso di violenza degli agenti della guardia costiera per ottenere informazioni durante l’interrogatorio. Infatti, la persona intervistata aveva denunciato di essere stata picchiata con calci e pugni alle costole e di vedersi negare la possibilità di farsi esaminare da un medico.

La credibilità delle denunce di tali maltrattamenti trovavano, poi, conferma nel comportamento degli stessi detenuti: questi ultimi, infatti, erano spaventati da possibili ritorsioni da parte degli agenti di polizia qualora avessero saputo delle denunce fatte alla delegazione del CPT.

Il capo della polizia portuale di Pira, nonché alcuni agenti, di fronte ai fatti denunciati, avevano ammesso che durante gli interrogatori avevano fatto ricorso alla forza per ottenere informazioni dalle persone arrestate, in particolare nei confronti di persone sospettate di reati di spaccio di stupefacenti. Il capo della polizia portuale aveva ammesso, altresì, di aver dato il proprio consenso a “schiaffeggiare” per esigenze investigative e allo scopo di arrestare altre persone sospette.

Alla luce delle informazioni raccolte dal Comitato sembrerebbe che le autorità greche abbiano di fatto sottovalutato la gravità del problema dei maltrattamenti delle persone private della libertà personale da parte delle forze dell’ordine. Per questo motivo, il Comitato nel suo Rapporto sulla visita ha invitato le autorità statali a dare concreta applicazione alla raccomandazione che ”gli agenti di polizia recepiscano il messaggio che non è accettabile alcun maltrattamento dei detenuti e che una tale condotta sarà severamente punita” (CPT/Inf (2001) 19, pag. 41 e 59).

Senza dubbio, una delle garanzie contro tali maltrattamenti è la severa selezione e  l’adeguata formazione degli agenti di polizia. Questo significa, ad esempio, che tutto il personale di polizia, compresi gli “alti” livelli, deve essere sensibilizzato, educato al rispetto dei valori fondamentali della persona umana attraverso corsi, seminari, ecc., sul tema dei diritti umani.

 

Condizioni di detenzione nelle stazioni di polizia

 

Nel corso della sua visita, il Comitato ha visitato le strutture di detenzione presso gli aeroporti di Atene, di Iraklion, nonché nelle stazioni di polizia di Kastoria, Agia Varvara, Nikea, ecc., dove venivano detenute, per brevi periodi, sospetti criminali.

Nel complesso, le condizioni di detenzione erano piuttosto buone. Infatti, le celle erano adeguatamente illuminate e arieggiate, pulite, in buona condizione. C’erano letti, materassi puliti e coperte.

Diverse erano, invece, le condizioni delle strutture di detenzione nella stazione di polizia di Kypseli dove la delegazione aveva trovato celle sovraffollate, scarsamente illuminate e arieggiate (es. tre persone erano tenute in una cella di 3,6 mq e quattro in un cella di 6,8 mq). Allo stesso modo, del tutto inaccettabili le condizioni di detenzione nella stazione di polizia di Kozani e di Iraklion. Qui, le celle erano sovraffollate, senza alcun accesso alla luce naturale, insufficientemente illuminate e ventilate, i locali, compresi i sanitari, erano sporchi e in cattiva condizione. Questo stato di cose ha giustificato una immediata osservazione da parte del Comitato secondo l’art. 8, par. 5 della Convenzione. 

Le condizioni dei “border guard posts” in cui venivano trattenuti, per circa una o due settimane, gli immigrati in attesa di rimpatrio lasciavano molto a desiderare. Infatti, le celle erano in cattive condizioni igieniche, sovraffollate, ad esempio celle di 23 mq erano usate all’occorrenza per contenere venti o più persone durante la  notte, senza avere a disposizione materassi e coperte.

La delegazione, nel corso della visita, ha visitato anche i centri di detenzione per stranieri a Hellenikon, Piar e Amigdaleza. Comune a tutti e tre i centri era la  totale assenza di attività organizzate. I detenuti non avevano a disposizione giornali, riviste, libri e non potevano vedere la televisione e ascoltare la radio. Sappiamo, invece, l’importanza che il Comitato accorda alle attività culturali o fisiche o di altra natura ai fini di una migliore qualità della vita nei luoghi di detenzione.

 

Garanzie contro i maltrattamenti delle persone detenute

 

Il CPT attribuisce fondamentale importanza a tre diritti della persona detenuta dalle forze di Polizia: il diritto a che sia notificato il fatto a una terza persona scelta dal detenuto (membro della famiglia, amico, consolato), il diritto di avere accesso a un avvocato e il diritto di richiedere una visita medica da parte di un dottore di propria fiducia (in aggiunta a qualunque visita medica svolta da un dottore chiamato dalle autorità di polizia). Questi sono, secondo il CPT, tre fondamentali salvaguardie contro i maltrattamenti delle persone detenute, che dovrebbero essere applicate dal momento in cui inizia lo stato di privazione della libertà, indipendentemente da come tale privazione posa essere descritta dal sistema legale interessato (cattura, arresto…)

Le informazioni raccolte nel corso della visita del 2001 hanno mostrato che, in generale, alle persone private della libertà personale veniva garantita la possibilità di informare parenti o amici della loro detenzione dal momento dell’inizio della custodia, salvo il caso di alcune persone che non erano state informate di questo diritto o che la notifica della detenzione era stata ritardata. Sebbene il CPT riconosce che l’esercizio del diritto di notifica può essere soggetto ad alcune eccezioni, allo scopo di proteggere i legittimi interessi delle indagini preliminari, tuttavia, tali eccezioni dovrebbero essere definite in maniera chiara e severamente limitate nel tempo, e il ricorso ad esse dovrebbe essere accompagnato da tutele adeguate (per es. qualsiasi ritardo nella notifica della custodia andrebbe registrato per iscritto con le relative cause del ritardo, e andrebbe richiesta l’approvazione di un ufficiale superiore di Polizia che non abbia relazioni con il caso o di un pubblico ministero).

Per quanto riguarda il diritto di accesso ad un avvocato, il Comitato era stato informato da agenti di polizia che in molti casi i detenuti non avevano accesso ad un avvocato subito dopo lo stato di privazione della libertà. Inoltre, le norme vigenti in materia valutate dalla delegazione non garantivano alcuna riservatezza dei colloqui tra avvocato e detenuto. Le norme vigenti garantivano, sì, il diritto di essere esaminati da un medico legale o di fiducia scelto dal detenuto tuttavia nella pratica non era sempre così.

Il Comitato nel corso della sua visita del 2001 si è preoccupato, poi, di verificare le garanzie offerte ai detenuti immigrati e in quell’occasione ha potuto osservare che tali soggetti potevano usufruire di cabine telefoniche e ricevere  visite di parenti. Non solo, ad essi veniva riconosciuto il diritto di essere assistiti da un avvocato per le procedure di immigrazione/asilo e di essere interrogati in presenza del proprio avvocato.

Nella sua relazione sulla visita, il Comitato ha insistito sull’adozione  di norme che prevedano l’assistenza di un avvocato d’ufficio qualora gli immigrati non siano in grado di pagarsi un avvocato di fiducia.

 

Le carceri

Durante la visita del 2001, il CPT ha visitato per la prima volta le carceri di Alicarnasso, Khania e Malandrino e per la quarta volta il complesso delle carceri a Korydallos (era stato visitato già nel 1993, 1997 e 1999).

È da sottolineare che, in seguito all’ultima visita del Comitato nel 1999, la Grecia ha visto modificare il proprio sistema legale in materia di carcerazione con la Legge 2776 del 22 dicembre 1999. La nuova legislazione prevede una serie garanzie volte a migliorare la qualità della vita nelle carceri e le condizioni di detenzione assicurando ai detenuti la possibilità di partecipare ad attività culturali, sportive, o di diversa natura, adeguati servizi sanitari, ecc. Tuttavia, la situazione nei luoghi ispezionati era in realtà diversa: la delegazione si è trovata di fronte ad un sovraffollamento delle carceri e un programma di attività piuttosto limitate. Si pensi che, al tempo della visita del 2001, 8.500 erano i carcerati per solo 5.000 posti.

In questo contesto, il Comitato ha richiamato, nel suo Rapporto sulla visita del 2001, quanto affermato suo 2° Rapporto generale dal quale emerge che il sovraffollamento è una questione di diretta pertinenza al mandato del Comitato.

Un carcere sovraffollato implica spazi ristretti e non igienici; una costante mancanza di privacy (anche durante lo svolgimento di funzioni basilari come l’uso del bagno), ridotte attività fuori dalla cella, a causa della esigenza di aumento del personale e dello spazio disponibili; tensione crescente e quindi più violenza tra i detenuti e il personale. Gli effetti nocivi di questo fenomeno spesso hanno portato a condizioni di detenzione inumane e degradanti.

La Grecia, così come altri paesi europei, hanno affrontato il problema intraprendendo la via di aumentare il numero delle carceri. Da parte sua, il CPT è convinto che provvedere ad aumentare la capienza non possa di per sé offrire una soluzione definitiva. Infatti, alcuni Stati europei hanno realizzato la costruzione di nuove carceri, solo per fa sì che la popolazione carceraria si trovi a crescere in tandem con la aumentata capacità acquisita dai propri complessi carcerari. In compenso, in alcuni stati sono state realizzate politiche volte a limitare o modulare il numero delle persone mandate in carcere, il che ha contribuito a mantenere la popolazione carceraria su un livello gestibile.

Il problema del sovraffollamento carcerario è, pertanto, abbastanza serio da richiedere una cooperazione a livello europeo, per escogitare strategie comuni. In questo contesto significativa è la Raccomandazione n° 22 (99) del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa riguardante il tema del sovraffollamento carcerario e la crescita della popolazione carceraria. Il CPT invita le autorità greche a dare applicazione ai principi in essa esposti.

Nelle carceri di Alicarnasso, Khania e Korydallos la delegazione non ha raccolto denunce di maltrattamenti da parte del personale penitenziario. Diversamente nella prigione di Malandrino dove diversi detenuti hanno denunciato pugni, calci e offese verbali da parte del personale del  carcere.

Il Comitato sottolinea, in proposito, l’importanza di una adeguata selezione e formazione di tale personale. Non c’è migliore salvaguardia contro i maltrattamenti di un personale seriamente reclutato e formato che sappia adoperare l’attitudine appropriata nelle relazioni con i detenuti e che viva il proprio lavoro più come una vocazione che come un semplice impiego. Va sottolineata la circostanza che lo sviluppo di relazioni costruttive e positive non solo può ridurre i rischio di maltrattamenti, ma può anche rinforzare il controllo e la sicurezza.

Per quanto riguarda le condizioni materiali di detenzione nelle carceri di Alicarnasso, Khania, Korydallos e Malandrino, il Comitato ha potuto constatare una situazione nel complesso soddisfacente: celle adeguatamente illuminate e arieggiate, pulite, con accesso alla luce naturale, fornite di letti, tavole e sedie.

In queste prigioni il CPT ha, invece, trovato una situazione meno favorevole per quanto riguarda le attività offerte ai detenuti.

In breve, la maggior parte dei detenuti trascorrevano gran parte del giorno senza far nulla; la loro principale distrazione era vedere la televisione nelle celle e socializzare con i compagni di cella. Tuttavia, ad Alicarnasso era messa a disposizione dei detenuti una libreria, così a Korydallos era stata risistemata una vecchia libreria ma oltre a questa non veniva offerta nessun altra attività  formativa, culturale o sportiva e se, come nel carcere di Malandrino, erano disponibili locali e strutture sportive, esse non erano attrezzate ed erano carenti di personale. Se i detenuti erano impiegati in alcuni servizi, questi erano servizi generale di pulizia, cucina, ecc. Questo sta a dire che, di fatto, non c’era la possibilità per i detenuti di poter svolgere lavori come quelli di carpenteria, falegnameria o altro, salvo qualche eccezione (es. a Korydallos).

Pertanto il Comitato, alla luce delle informazioni raccolte durante la sua visita, ha raccomandato la previsione nei luoghi di detenzione di un programma soddisfacente di attività, di istruzione, svago, attività sportive, lavoro e di misure volte a ridurre il fenomeno del sovraffollamento.

La qualità della vita delle carceri dipenderà, come è stato già detto, molto dalle attività offerte ai detenuti. Inoltre, è evidente che la questione della previsione di un programma di attività in carcere è strettamente legato al problema del sovraffollamento.

Infatti, tutti i servizi e le attività in un carcere saranno negativamente condizionati se bisogna provvedere ad un numero di detenuti maggiori rispetto a quello che l’istituto possa accogliere; la qualità complessiva della vita in un istituto si abbasserà, in maniera significativa. In più, il livello di sovraffollamento potrebbe essere tale da essere esso stesso fonte di trattamento inumano e degradante.

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